Accompagnare il cambiamento con “cura e struttura”

di Flaminia Fazi

Quando una persona decide di cambiare, raramente sta solo scegliendo un nuovo comportamento. Sta toccando identità, abitudini, relazioni, paure, desideri. E qui l’efficacia non dipende tanto da “quanto è motivatə”, ma da come viene accompagnatə: con quale qualità di presenza, con quali confini, con quale tipo di relazione.

Per offrire una chiave di comprensione utile, possiamo adottare la metafora relazionale archetipica della funzione materna / funzione paterna, che non ha nulla a che fare con il genere, ma piuttosto fa riferimento a:

  • funzione materna: accoglie, protegge, contiene, normalizza, crea sicurezza psicologica, facilita fiducia e apprendimento.
  • funzione paterna: orienta, delimita, struttura, sfida, richiama responsabilità, trasforma l’intenzione in azione.

Quando le due funzioni si integrano nella modalità di accompagnamento, il cambiamento diventa più sostenibile seguendo un percorso equilibrato

Perché “cura + sfida” sono il cuore dell’accompagnamento al cambiamento

Nella ricerca e nella pratica del coaching, ritorna un principio semplice: la relazione è la base, e la qualità di questa viene descritta come l’elemento che rende il/la coachee ricettivə, perché il coaching è un lavoro intenzionale di apprendimento e cambiamento che richiede fiducia.

Ecco un punto di attenzione. La fiducia non serve per “stare bene”, serve per sentirsi al sicuro nel rischiare: dire la verità a sé stessə, guardare un pattern ricorrente, provare un comportamento nuovo quando non è ancora naturale.

La ricetta migliore per un coaching efficace è: relazione + assessment + challenge + support + risultati. La sfida e il supporto non sono alternative, bensì sono le due gambe del processo.

Se manca la “madre” (cura), la “sfida” suona come pressione.
Se manca il “padre” (struttura), la “cura” rischia di diventare consolazione che non muove nulla.

Il modello materno/paterno come bussola: cosa osservare in una sessione

Un modo molto pratico per usarlo è chiedersi: in questo momento, il/la clientə di cosa ha più bisogno? di contenimento o di direzione? (spesso di entrambi, ma in dosi diverse).

Segnali che serve più funzione materna:

  • la persona è in iper-criticismo, vergogna, confusione (“non sono capace”)
  • è emotivamente attivata e perde accesso a lucidità e opzioni
  • ha bisogno di sentirsi vistə, non “aggiustatə”

Intervento “materno”:

  • ascolto profondo, rispecchiamento, normalizzazione
  • domande che riportano al corpo e al presente (“che cosa sta succedendo adesso in te?”)
  • linguaggio che riduce minaccia e aumenta possibilità

Qui la partnership è fondamentale: si riconosce l’importanza di un approccio collaborativo, lavorando sull’agenda del/la coachee e chiarendo fin dall’inizio confini e natura paritaria della relazione.

 

Segnali che serve più funzione paterna:

  • la persona “capisce tutto” ma non agisce (loop di buone intenzioni)
  • sta evitando decisioni scomode, confondendo empatia con indulgenza
  • è in narrazioni circolari che proteggono lo status quo

Intervento “paterno”:

  • challenge gentile e diretto (“che cosa stai scegliendo di non scegliere?”)
  • struttura: obiettivi piccoli, misurabili, verificabili
  • accountability: tempi, evidenze, ostacoli anticipati

Passare da “genitore/bambino” ad “adulto” per costruire equilibrio

Richiamando l’Analisi Transazionale e il modello parent–child–adult possiamo arricchire ulteriormente la comprensione e l’applicazione di questo modello: sotto stress possiamo comunicare dalla parte “genitore” (controllante/critica) o “bambino” (sconforto, reazione, dramma). Lo stato dell’Io “adulto” è più lucido: diretto, attento, non minaccioso, orientato ai dati e alle opzioni.

Tradotto rispetto a questo nostro tema:

  • quando la funzione paterna diventa genitore critico, nasce rigidità (“devi”, “sempre”, “mai”).
  • quando la funzione materna diventa salvataggio, nasce dipendenza (“ci penso io”, “ti proteggo dal disagio”).
  • l’obiettivo del coaching è sostenere l’emergere dell’adultə: responsabilità senza durezza, cura senza invischiamento.

Protocollo “madre-padre-adultə” in 3 atti (esercizio pratico e replicabile)

Atto 1 — contenere (madre)

Obiettivo: sicurezza, fiducia, contatto con il bisogno reale.

Domande utili:

  • “che cosa conta davvero per te in questa situazione?”
  • “che cosa stai proteggendo, di importante, con questo comportamento?”
  • “di quale risorsa hai bisogno adesso per fare un passo?”

Atto 2 — orientare (padre)

Obiettivo: scelta, confini, azione minima efficace.

Domande utili:

  • “qual è il prossimo passo piccolo che dimostra che stai cambiando?”
  • “che cosa farai entro quando?”
  • “quale ostacolo prevedi e come lo gestirai?”

Qui è preziosa una struttura che tenga insieme motivazione e follow-up: nel coaching, trasformare un comportamento intermittente in abitudine richiede riflessione sulle condizioni di successo, gestione delle distrazioni e accountability.

Atto 3 — integrare (adultə)

Obiettivo: apprendimento dal reale, non perfezione.

Domande utili:

  • “che cosa hai imparato su di te facendo questo passo?”
  • “che cosa funziona, anche solo al 10%, e come lo replichi?”
  • “che cosa modifichi nel sistema (ambiente, agenda, relazioni) per rendere il nuovo comportamento più facile?”

Esercizio di self-coaching: le due voci interiori 

Questa pratica è utile sia per coach sia per chi sta affrontando un cambiamento.

  1. scrivi una situazione in cui stai rimandando o ti stai giudicando.
  2. dividi il foglio in due colonne:
    • voce materna sana: che cosa direbbe per accogliere e sostenere?
    • voce paterna sana: che cosa direbbe per chiarire scelta e confini?
  3. chiudi con una terza riga: voce adultə
    una frase che unisce entrambe: gentilezza + responsabilità.

Esempio (sintesi):

  • madre: “è umano essere stancə, non devi dimostrare valore.”
  • padre: “scegli una priorità e proteggila: 25 minuti oggi.”
  • adultə: “mi rispetto e agisco: 25 minuti sul compito chiave, poi pausa.”

Etica ed ecologia: la differenza tra accompagnare e sostituirsi

Una nota importante, soprattutto per coach e coach in formazione: il modello materno/paterno funziona solo se resta coaching.

  • non “salviamo” il/la clientə (dipendenza)
  • non “correggiamo” il/la clientə (supremazia)
  • creiamo una relazione di fiducia che abilita autonomia, apprendimento e scelta

Quando emergono temi clinici o traumi che richiedono un setting terapeutico, l’etica chiede di riconoscerlo e indirizzare a professionistə adeguatə, ed è questa l’espressione vera della cura.

Se stai accompagnando qualcunə, o stai cambiando tu:

  • in questo momento, di che cosa ho più bisogno per evolvere: più cura o più struttura?
  • e subito dopo: qual è il micro-gesto che lo rende vero entro 24 ore?

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