Parlare di valori significa andare oltre ciò che una persona dichiara importante. I valori diventano rilevanti quando orientano concretamente attenzione, decisioni e comportamenti.
Le nostre azioni rappresentano un indicatore più affidabile delle nostre priorità rispetto alle intenzioni dichiarate, perché mostrano ciò a cui attribuiamo realmente importanza.
Proponiamo una distinzione utile tra valori che favoriscono sviluppo e valori che, al contrario, tendono a creare dipendenza dal contesto o risultati poco sostenibili. I primi sono basati sull’evidenza, costruttivi e controllabili; i secondi sono prevalentemente guidati dall’emozione, distruttivi o fuori dal nostro controllo diretto.
Questa distinzione merita attenzione: valorizzare l’onestà, la curiosità, l’impegno, la creatività o il rispetto di sé significa orientarsi verso criteri sui quali possiamo intervenire direttamente attraverso il comportamento. Invece, valorizzare l’essere apprezzati da tuttə, vincere sempre, essere costantemente al centro dell’attenzione o accumulare beni materiali come fine in sé significa affidare una parte significativa del proprio equilibrio a risultati che dipendono anche dagli altri e dalle circostanze. Ciò che conta, quindi, non è soltanto che cosa valorizziamo, ma anche perché lo valorizziamo.
Per il coaching questa prospettiva apre un passaggio importante. Un obiettivo apparentemente positivo — una promozione, maggiore visibilità, migliori risultati — può essere sostenuto da valori differenti. La domanda professionale non riguarda soltanto ciò che si desidera ottenere, ma il criterio attraverso cui viene misurato il proprio successo. Quale valore sta trasformando quell’obiettivo in qualcosa di importante? E quanto quel valore amplia, oppure restringe, la libertà di scelta della persona?
Nelle organizzazioni moderne assistiamo a un fenomeno paradossale: leader intellettualmente eccellenti, dotati di una profonda comprensione dei framework di management, che crollano di fronte alle crisi relazionali o prendono decisioni strategiche palesemente incoerenti con la cultura aziendale dichiarata. Spesso si liquida il problema parlando di ‘stress’ o ‘mancanza di allineamento’.
La verità è molto più profonda. Come osserva acutamente Mark Manson nel suo saggio sui valori personali, ogni nostra decisione quotidiana — da come spendiamo il tempo a dove indirizziamo l’energia — è intrinsecamente una scelta di valore. Se affermiamo di valorizzare l’innovazione ma puniamo implicitamente ogni errore del nostro team, la nostra reale priorità non è l’innovazione, bensì il controllo e l’evitamento del rischio. Le nostre azioni non mentono mai; i nostri pensieri e le nostre giustificazioni razionali, invece, lo fanno continuamente.
Come si sviluppano i valori nel tempo
I valori non nascono come principi astratti già definiti; per Manson si sviluppano progressivamente attraverso l’esperienza e diventano più complessi con l’aumentare della nostra capacità di interpretare le conseguenze delle azioni.
Nelle prime fasi della vita, la valutazione del mondo è essenzialmente organizzata intorno alla distinzione tra piacere e dolore: ciò che produce una sensazione piacevole viene ricercato, ciò che genera disagio viene evitato. Con la crescita, questa logica diventa più sofisticata: bambinə e adolescenti iniziano a comprendere che le azioni producono conseguenze nel tempo e nelle relazioni, e sviluppano quindi regole, scambi e compromessi: rinuncio a qualcosa oggi per ottenere un beneficio domani, rispetto una regola per evitare una conseguenza o ricevere riconoscimento.
La maturazione ulteriore avviene quando la persona inizia a riconoscere che non tutto ciò che conta può essere ridotto a uno scambio. Fiducia, rispetto, integrità, amore o responsabilità perdono significato quando vengono esercitati unicamente per ottenere qualcosa in cambio. In questa prospettiva, il passaggio verso valori più maturi consiste nella capacità di scegliere un principio perché lo si considera valido in sé, anche quando seguirlo comporta un costo o non garantisce un risultato immediatamente favorevole.
Questo sviluppo, tuttavia, non procede automaticamente né in modo lineare. Possiamo esprimere valori maturi in alcuni contesti e ragionare in modo molto più transazionale in altri. Inoltre, Manson sostiene che i valori cambiano soprattutto quando l’esperienza mette in crisi quelli esistenti: un criterio che fino a quel momento sembrava funzionare smette di produrre i risultati attesi, viene osservato con maggiore consapevolezza e può essere sostituito da un valore capace di orientare meglio le scelte. Il nuovo valore si consolida soltanto quando viene sperimentato attraverso comportamenti coerenti e se ne vivono direttamente le conseguenze.
Per individuare quali siano i valori operanti nel sistema di una persona, è necessario che questa lo osservi riconoscendone le priorità in azione: quali comportamenti ricorrono, quali risultati producono, quali criteri sembrano ormai insufficienti e quali principi potrebbero generare scelte più coerenti e sostenibili.
In questo senso, lo sviluppo dei valori può essere letto come un passaggio progressivo dalla reazione alla scelta: da ciò che semplicemente ci procura piacere o ci protegge dal disagio, a ciò che ci permette di funzionare efficacemente nelle relazioni, fino a ciò che scegliamo di rappresentare perché desideriamo riconoscerci in quel principio anche quando nessuno ci osserva.
In questa prospettiva, il contributo di Mark Manson offre uno spunto interessante. Nel suo lavoro sui valori, Manson distingue tra criteri prevalentemente orientati alla gratificazione, al riconoscimento o al controllo delle conseguenze e valori più maturi, fondati su principi che la persona sceglie di rappresentare indipendentemente dal beneficio immediato. La differenza è rilevante soprattutto nei contesti professionali, perché due comportamenti apparentemente identici possono nascere da motivazioni profondamente diverse.
Un manager può prendere una decisione rapida perché desidera dimostrare autorità oppure perché considera importante assumersi responsabilità nell’incertezza. Può cercare consenso perché teme il giudizio oppure perché attribuisce valore alla partecipazione. Può analizzare a lungo un problema perché vuole evitare l’errore oppure perché considera il rigore una forma di responsabilità verso il sistema in cui opera.
La correlazione tra valori e altre preferenze inconsce
Sono diversi i modelli che spiegano i funzionamenti umani, e hanno basi teoriche differenti che ne influenzano la prospettiva di osservazione e di comprensione.
Se prendiamo le preferenze cognitive individuali, queste possono contribuire a sviluppare certi valori, come anche alcune tipologie psicologiche ne possono sviluppare di altri. Il punto, quindi, non è identificare quale stile sia migliore, ma piuttosto comprendere quale intenzione lo stia guidando.
Questa distinzione acquista ulteriore rilevanza quando consideriamo il rapporto tra comportamento naturale e comportamento adattato. Adattarsi alle richieste di un ruolo è una competenza importante: la flessibilità permette di ampliare il proprio repertorio e di rispondere in modo più efficace a situazioni differenti. Quando però l’adattamento diventa prolungato e nasce prevalentemente dal bisogno di ottenere approvazione, preservare status o corrispondere a un modello esterno, può richiedere un investimento crescente di energia e produrre nel tempo una sensazione di incoerenza.
Nel coaching, questo passaggio apre domande più interessanti di qualsiasi etichetta comportamentale: quanto è consapevole questa scelta? Quanto è sostenibile? Quale valore sta cercando di esprimere? E quale comportamento renderebbe quel valore maggiormente visibile?
James Kouzes e Barry Posner hanno posto la coerenza tra valori e azioni al centro della credibilità della leadership: le persone tendono a riconoscere affidabilità quando osservano continuità tra ciò che un leader afferma e ciò che effettivamente fa. È una prospettiva particolarmente rilevante anche nel coaching, perché sposta l’attenzione dall’immagine che desideriamo trasmettere all’esperienza concreta che generiamo nelle relazioni.
Il compito del coach, tuttavia, non è indicare quale valore debba guidare la persona né interpretare il profilo al suo posto. In coerenza con le competenze professionali del coaching, assessment e modelli acquistano significato quando diventano occasioni per evocare consapevolezza e ampliare la capacità di scelta.
La domanda più generativa, quindi, potrebbe non essere “qual è il tuo stile?”, ma piuttosto:
quando agisci in questo modo, che cosa stai scegliendo di rappresentare?
È in questa distanza tra automatismo e scelta che si apre uno spazio importante di sviluppo. Conoscere le proprie tendenze comportamentali aiuta a riconoscere ciò che facciamo con maggiore naturalezza; chiarire i valori permette di decidere con maggiore intenzionalità quando seguirle, quando ampliarle e quando scegliere qualcosa di diverso.
L’autenticità, in questa prospettiva, non coincide con il comportarsi sempre nello stesso modo. È la capacità più sofisticata di mantenere coerenza con i propri principi mentre si resta sufficientemente flessibili da rispondere alla complessità del contesto.
















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