Quante volte ti sei dettə: “Appena finisco di controllare le mail / i social / questa serie, mi metto a studiare, progettare, creare…”
E quante volte quel “poi” è diventato… mai?
Non è mancanza di volontà. È che il cervello gioca in casa.
Come ricordano autori come Charles Duhigg e Daniel Goleman, il nostro sistema nervoso è progettato per risparmiare energia e cercare gratificazione immediata. È un capolavoro evolutivo… che però, nella vita moderna, rischia di trascinarci in una condizione di schiavitù psicologica inconscia: restiamo prigionierə di abitudini e micro-piaceri che calmano l’ansia del momento, ma ci rubano la possibilità di diventare chi potremmo davvero essere come persone e come professionistə (e come coach).
Il cervello è pigro e geniale
Siamo principalmente guidatə da due forze: evitare il dolore e cercare il piacere. La neurologia lo conferma: davanti a una scelta le nostre neurologie valutano istantaneamente cosa costa meno e gratifica di più adesso.
Il sistema dopaminergico premia ciò che è facile, immediato, conosciuto: è il “pilota automatico” descritto da tanti modelli di coaching e di psicologia cognitiva, che trova scorciatoie mentali (bias) e costruisce abitudini neurali.
Chi è coach sa bene che il cambiamento richiede consapevolezza, scelta e azione. Ma prima ancora, serve riconoscere che la nostra mente non è neutrale: orienta silenziosamente le decisioni verso ciò che placa l’ansia nel breve, non sempre verso ciò che nutre la nostra crescita nel lungo termine.
La schiavitù psicologica inconscia non è fatta solo di “vizi evidenti” (scroll infinito, junk food emotivo, procrastinazione). È molto più sottile, e spesso sembra persino produttiva.
Ecco alcuni inganni tipici, anche nel mondo del coaching:
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Produttività cosmetica
Fare mille micro-task che ti fanno sentire efficientə (sistemare file, cambiare template, rivedere il logo), ma rimandare le azioni che fanno davvero la differenza: chiamare un potenziale cliente, lanciare un nuovo servizio, chiedere feedback. -
Formazione infinita, applicazione quasi zero
Leggere libri, seguire webinar, collezionare certificazioni senza integrare davvero nulla nella pratica quotidiana. È l’“illusione di crescita”: ti senti bravə, ma il tuo comportamento rimane lo stesso. -
Ricerca di approvazione mascherata da “networking”
Postare, commentare, essere ovunque… senza mai fermarsi a chiedersi: “Questa attività sta contribuendo alla mia mission come coach o solo a riempire un bisogno di essere visto/a?” -
Comfort zone “evoluta”
Sei già percepitə come bravə, hai clienti, le cose vanno bene. Ma proprio questa “bontà” diventa gabbia: non rischi, non sperimenti, non ti esponi davvero. Come direbbe James Clear, le tue abitudini mantengono ciò che hai costruito, ma non ti portano al livello successivo.
Questi inganni sono pericolosi perché danno reale soddisfazione: un piccolo rilascio di dopamina, un senso di controllo, di appartenenza. La mente dice: “Vedi? Stai facendo qualcosa.”
Ma il sé più profondo sa che potresti essere molto di più.
Schiavitù psicologica: tre segnali da osservare (in te e clientə)
Tutto comincia con l’allenarsi a riconoscere la schiavitù inconscia. Alcuni segnali:
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Ripetizione senza intenzione
Fai (o il/la cliente fa) sempre le stesse cose, con gli stessi risultati, ma cambi solo il “contenitore”: nuovi strumenti, nuovi corsi, nuovi planner. La struttura dell’azione non cambia mai. -
Giustificazioni raffinate
“Non è il momento giusto.”
“Prima devo sistemare X.”
“Devo ancora formarmi su Y.”
Dietro queste frasi, spesso, c’è paura: di esporsi, di fallire, di avere successo. -
Dissonanza interna
Una parte di te è soddisfatta (“sto facendo tanto”), un’altra è inquieta (“non sto facendo ciò che conta davvero per me”).
È il punto di partenza perfetto per un lavoro di coaching trasformazionale.
John Whitmore direbbe che la chiave è passare da consapevolezza a responsabilità: smettere di essere “vittime eleganti” delle proprie abitudini e iniziare a scegliere.
Dal pilota automatico al “pilota autore”: 4 domande per recuperare la responsabilità
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In quale area della mia vita mi sento più “occupatə” anziché veramente efficace?
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Qual è un comportamento che mi dà un piacere immediato ma che, se mi proietto a 3–5 anni, limita la mia crescita?
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Quale bisogno profondo sto cercando di soddisfare con questo comportamento (sicurezza, appartenenza, riconoscimento, sollievo)?
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Quale azione diversa nutrirebbe quel bisogno in modo più allineato ai miei valori e alla mia visione?
Queste e altre domande simili sono di aiuto per vedere la propria schiavitù inconscia non come “difetto di carattere”, ma come uno schema neurologico che può essere riprogrammato.
Da schiavi inconsapevoli ad artigianə di scelta
La schiavitù psicologica inconscia non si “risolve” una volta per tutte.
È un campo di pratica continuo, soprattutto per chi sceglie la professione di coach secondo gli standard ICF: non possiamo accompagnare altrə nella libertà interiore se rimaniamo prigionierə dei nostri automatismi.
Ti propongo tre micro comportamenti che ho sperimentato direttamente e che possono essere di aiuto:
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Scegli un solo meccanismo invisibile da osservare per una settimana.
Senza giudizio, solo con curiosità sistemica, alla Senge: “Che pattern sta emergendo?” -
Parlane con qualcunə: un/a collega coach, un/a mentor, il/la tuo coach.
La trasparenza crea responsabilità e apre spazio di co-creazione. -
Trasforma una consapevolezza in una micro-azione quotidiana.
Non serve una rivoluzione: serve costanza. Come direbbe James Clear, sono le abitudini a costruire le identità.
In fondo, la domanda chiave è semplice e radicale:
“Le mie giornate esprimono chi desidero diventare o solo ciò a cui il mio cervello è abituato?”
Se iniziamo a rispondere con onestà, come persone e come coach, le catene invisibili diventano materiale prezioso di lavoro.
Non più schiavitù, ma laboratorio vivente di crescita, al servizio della nostra evoluzione e di quella delle persone che accompagniamo.
se sei unə coach professionista, e ti sei riconosciutə in questo articolo, potresti lavorare con unəmentor coach o in supervisione, per sviluppare maggiore consapevolezza su come questi meccanismi possono influenzare la tua qualità professionale e la tua pratica.
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di Flaminia Fazi