Abitare lo spazio tra il “non più” e il “non ancora”

di Flaminia Fazi

Se ti è capitato di guidare seguendo le indicazioni di un navigatore puoi comprendere bene la situazione: hai sbagliato uscita da una rotatoria, lo schermo si ferma e compare la scritta “ricalcolo percorso”. Sono pochi secondi in cui si resta sospesi, e magari siamo in una situazione critica in cui dobbiamo proseguire la guida, non possiamo attendere che il navigatore ci proponga quale direzione prendere: la strada vecchia non vale più e quella nuova non è ancora disegnata. Non si va nel panico solo perché sappiamo che prima o poi la linea blu tornerà ad indicarci come proseguire.

Nella vita, è differente: il ricalcolo può durare mesi. Un cambio di ruolo, la fine di un progetto professionale, un trasferimento, la prossima nascita di un figlio, o un figlio grande che lascia casa, una passione che si spegne o una nuova che bussa; in tutti questi casi c’è “un tratto di strada senza linea blu”. Molte delle persone che arrivano in coaching si trovano proprio lì, in quello schermo sospeso. Chiedono al coach, più o meno apertamente, di trovare insieme il modo di far ricomparire il percorso al più presto.

Il cambiamento è un evento, la transizione è un viaggio

William Bridges, consulente e autore che ha dedicato la vita allo studio delle transizioni, ha proposto una distinzione semplice e decisiva. Il cambiamento è situazionale ed esterno: il nuovo capo, la nuova sede, la riorganizzazione, la data sul contratto. La transizione è psicologica e interiore: è il processo attraverso cui una persona lascia andare la vecchia identità e ne costruisce una nuova, e ognunə attraversa questo ciclo con ritmi e modalità proprie.

In Managing Transitions, Bridges sintetizza il punto così: “It isn’t the changes that do you in, it’s the transitions”, cioè non sono i cambiamenti a metterci in difficoltà, ma le transizioni.

Nel suo modello, descrive tre fasi.

La prima è la fine. Ogni transizione comincia paradossalmente con una conclusione: qualcosa va lasciato e si perde, anche quando il cambiamento è desiderato. Chi ottiene la promozione tanto attesa perde comunque il gruppo di pari con cui pranzava ogni giorno, la competenza tecnica che lo rendeva riconoscibile e il suo senso di sè legato al ruolo che aveva, formale o informale che fosse.

La seconda è la zona neutra. Il vecchio non funziona più e il nuovo non è ancora operativo. È questa la fase più disorientante, quella in cui le persone si sentono inefficaci, confuse e talvolta in colpa per non essere già “pronte”.

La terza è il nuovo inizio. La persona sviluppa nuove abitudini, una nuova energia, una nuova narrazione di sé.

L’intuizione più generosa di Bridges riguarda la zona neutra. Utilizzando una metafora, per lui non è un corridoio da attraversare di corsa: è il punto in cui avviene la riorganizzazione profonda e in cui la creatività ha più spazio, proprio perché le vecchie regole sono sospese.

La zona neutra è una soglia: la lezione degli antropologi

Molto prima che il coaching esistesse, l’antropologia aveva già dato un nome a questo spazio. Nel 1909 Arnold van Gennep, studiando i riti di passaggio in culture diverse, individuò tre momenti ricorrenti: la separazione dal vecchio status, una fase di margine e infine l’aggregazione al nuovo status. Per la fase centrale scelse un termine latino destinato a lunga fortuna: limen, la soglia.

Decenni dopo, Victor Turner approfondì quella fase liminale e la descrisse con un’espressione rimasta celebre, betwixt and between, né qui né là: chi si trova sulla soglia non è più ciò che era e non è ancora ciò che diventerà. Per Turner questa condizione non è un vuoto sterile; è uno spazio fertile, in cui le identità diventano fluide e sono possibili nuove combinazioni, nuove alleanze e nuovi modi di vedere.

Le società tradizionali sapevano una cosa che la nostra cultura della velocità tende a dimenticare: la soglia va custodita. Per questo esistevano riti, guide, tempi dedicati e comunità che sostenevano chi stava attraversando. Oggi molte transizioni si compiono in solitudine, tra una call e l’altra, con l’aspettativa implicita di essere operativə dal lunedì successivo, e questo ha sicuramente un impatto sulla psiche. Non ci concediamo il tempo di metabolizzare la perdita e di costruire le condizioni per riconoscerci nella nuova fase di vita e nella nuova scelta.

Il coaching può offrire esattamente ciò che i riti offrivano: un contenitore, un tempo protetto e una figura che accompagna senza sostituirsi.

Il coach sulla soglia: presenza e capacità di non sapere

Qui il tema riguarda direttamente la qualità della nostra pratica. Quando un cliente si trova nella zona neutra, il rischio è che la tentazione più forte non resti la sua ma diventi la nostra. Potrebbe scattare l’impulso di accelerare: definire subito un obiettivo, far costruire una visione puntuale su cui costruire un piano d’azione, anziché creare quello spazio generativo che faccia sviluppare la nuova dimansione con i tempi necessari al cliente per sentirla propria. Quel “ricalcolo percorso” interiore, che serve a calmare l’ansia e a far emergere il percorso più affidabile.

Abitare la soglia insieme al cliente significa, in concreto:

  • riconoscere la fase prima di proporre una direzione, chiedendosi se la persona ha davvero chiuso ciò che si sta concludendo o se sta cercando un nuovo inizio per evitare il dolore della fine;
  • legittimare il disorientamento come parte naturale del processo e non come un segnale di inadeguatezza, coerentemente con la competenza 4, Coltiva fiducia e sicurezza;
  • esplorare prima di risolvere, evocando consapevolezza, con domande che allargano lo sguardo invece di restringerlo troppo presto;
  • onorare il ritmo del cliente, ricordando che la velocità della transizione è sua e non nostra.

C’è una forma di coraggio professionale nel restare sulla soglia senza fretta che si trasferisce al cliente in modo subliminale. Non significa rinunciare all’azione: significa aspettare che l’azione nasca da una nuova chiarezza, invece che dal bisogno di uscire dal disagio.

Se la fine chiede rispetto e il nuovo inizio chiede impegno, la zona neutra chiede curiosità. È il momento in cui il cliente può sperimentare con un rischio contenuto: provare comportamenti nuovi, interrogare valori dati per scontati, osservare quali parti della vecchia identità vuole portare con sé e quali è pronto a lasciare.

Proporre al cliente di vivere la zona neutra come un laboratorio cambia il registro emotivo: dalla domanda “perché non sono ancora prontə?” alla domanda “che cosa sto scoprendo?”.

Per chi fa coaching è anche un invito a guardare le proprie transizioni. Il passaggio a una nuova credenziale, l’ingresso in un nuovo settore, il cambio di approccio metodologico: ogni coach attraversa zone neutre. Più conosciamo per esperienza diretta questo territorio, più sapremo accompagnare altrə ad attraversarlo. È anche uno dei motivi per cui mentoring e supervisione diventano spazi preziosi proprio nei momenti di passaggio professionale.

La zona neutra non è un incidente di percorso: è il luogo in cui il cambiamento diventa trasformazione. I clienti che la attraversano con un coach presente non ne escono soltanto con un nuovo piano. Ne escono con un senso di sé più ampio, più flessibile e più autentico.

Strumenti per la pratica

Ecco cinque strumenti originali da integrare nelle sessioni e nella riflessione personale.

1. La bussola delle tre fasi. All’inizio di un percorso legato a un cambiamento, esplora con il cliente dove si colloca rispetto alle fasi di Bridges, senza etichettarlo. Alcune domande utili:

  • “Che cosa sta finendo per te, anche se non l’hai scelto?”
  • “In quali momenti della settimana ti senti tra due mondi?”
  • “Che cosa ti fa pensare che qualcosa di nuovo stia già cominciando?”

Spesso la persona si trova in fasi diverse su piani diversi: ha già iniziato il nuovo ruolo operativamente, ma non ha ancora chiuso emotivamente il precedente.

2. L’inventario della soglia. Invita il cliente a dividere un foglio in tre colonne:

  • Cosa lascio: abitudini, ruoli, convinzioni che non servono più;
  • Cosa porto con me: competenze, valori, relazioni che restano risorse;
  • Cosa ancora non so: le domande aperte, accolte come tali.

La terza colonna è la più importante: dare dignità al “non so ancora” riduce la pressione a risolvere e trasforma l’incertezza in oggetto di esplorazione.

3. Il piccolo rito di chiusura. Ispirandoti alla lezione di van Gennep, aiuta il cliente a progettare un gesto simbolico che segni la fine di una fase: una lettera di ringraziamento al sé di prima, una passeggiata in un luogo significativo, la sistemazione consapevole di un archivio di documenti. Il rito lo progetta il cliente, nel rispetto della sua sensibilità e della sua cultura; il coach si limita a facilitarne l’ideazione.

La prossima volta che, in sessione, sentirai il silenzio farsi denso e il desiderio di riempirlo, ricordati del navigatore. Il ricalcolo non è un errore del sistema: è il momento in cui una nuova strada sta prendendo forma.

Se sei in una fase di transizione, contattaci e saremo onorati di accompagnarti in questo tuo processo di elaborazione.

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