Cambiare superando le criticità

di Flaminia Fazi

La relazione con il cambiamento e i punti critici che ci bloccano

C’è un paradosso che chi fa coaching incontra spesso: desideriamo il cambiamento, lo dichiariamo, lo pianifichiamo, ma poi ci ritroviamo a ripetere gli stessi schemi. Non perché “manca forza di volontà”, ma perché il cambiamento non è solo una decisione: è un processo biologico, emotivo, cognitivo e relazionale che coinvolge abitudini, identità, contesto e significato.

La buona notizia è che, proprio perché è un processo, possiamo imparare a leggerlo meglio e a creare le condizioni perché diventi sostenibile.

Perché cambiare è così “naturale” e così impegnativo allo stesso tempo

Il cervello ama l’efficienza: quando una sequenza funziona, tende ad automatizzarla così da risparmiare “energie” e risorse preziose. È il motivo per cui le abitudini liberano energia mentale, ma anche il motivo per cui, quando vogliamo cambiare, ci scontriamo con qualcosa di molto “antico” dentro di noi. Nel lavoro divulgativo di Charles Duhigg si ricorda che una quota rilevante delle azioni quotidiane avviene per abitudine più che per decisione consapevole (secondo lui si arriva a oltre il 40%).

A questo si aggiunge un fatto ben documentato dalla psicologia del comportamento: tendiamo a preferire lo status quo e a “sentire” le perdite più dei guadagni. Lo hanno mostrato in modo pionieristico William Samuelson e Richard Zeckhauser sullo status quo bias. E, ancora prima, Daniel Kahneman e Amos Tversky con la prospect theory, che spiega perché la prospettiva di “evitare di perdere qualcosa” spesso pesa più della prospettiva di ottenere un beneficio comparabile.

In pratica: anche quando una parte di noi vuole crescere, un’altra parte protegge stabilità, identità e appartenenza. Il cambiamento diventa allora una conversazione interna, non un ordine da impartire.

I punti critici che bloccano le persone (e cosa osservare nel coaching)

1) manca un “perché” emotivamente vivo (non uno slogan)

Quando la meta è formulata come dovere (“dovrei…”) o aspettativa esterna, la motivazione tende a sgonfiarsi alla prima frizione. Nel modello di apprendimento auto-diretto riportato da Daniel Goleman e Richard Boyatzis, il cambiamento inizia dal “sè ideale” (ideal self): una visione desiderata che attiva energia e senso, non solo disciplina.

Spia in sessione: obiettivi corretti “a parole”, poco sentiti “nel corpo”.
Leva nel coaching: far emergere desideri, valori, immagini future concrete.

2) i modelli mentali restano invisibili

Spesso non è la realtà a bloccarci, ma l’interpretazione automatica che ne diamo (“se cambio deluderò qualcuno”). Peter Senge descrive i modelli mentali come assunzioni profonde che guidano l’azione anche quando non ne siamo consapevoli.

Spia in sessione: frasi assolute, generalizzazioni, identità rigide.
Leva nel coaching: portare alla luce l’assunto e testarlo con esperimenti piccoli.

3) l’emozione del cambiamento viene “sminuita”

Nelle transizioni, la parte emotiva non è un effetto collaterale: ignorarla può erodere fiducia, impegno e senso di sicurezza, generando ritiro e scetticismo.

Spia in sessione: procrastinazione “inspiegabile”, cinismo, stanchezza relazionale.
Leva nel coaching: normalizzare le emozioni, dare loro linguaggio, creare spazio sicuro.

4) “perdita” percepita e attaccamento allo status quo

Ogni cambiamento, anche desiderato, comporta una rinuncia: tempo, immagine di sé, routine, appartenenze. Anche per questo lo status quo bias è così potente.

Spia in sessione: “sì, ma…” ricorrenti, alternative infinite, decisioni rimandate.
Leva nel coaching: rendere esplicito cosa si teme di perdere e cosa si sceglie di guadagnare.

5) motivazione “controllata” invece che autonoma

Quando il cambiamento serve solo a evitare giudizi, colpa o confronto, la spinta è fragile. Diversi studi sulla motivazione e la presa di decisione evidenziano tre bisogni psicologici di base legati a motivazione e benessere: autonomia, competenza e relazioni significative.

Spia in sessione: obiettivi imposti, vergogna, poca fiducia nella propria efficacia.
Leva nel coaching: co-creare scelte, micro-progressi misurabili, alleanze di supporto.

6) il cervello “abitudinario”: cue–routine–reward

Il cambiamento comportamentale diventa più semplice quando smettiamo di combattere l’abitudine e iniziamo a riprogettarla. In The Power of Habit, il modello proposto aiuta a capire dove intervenire: spesso non serve stravolgere tutto, basta cambiare la routine mantenendo segnale e ricompensa.

Spia in sessione: ricadute nei “soliti momenti” (sera, stress, solitudine, urgenze).
Leva nel coaching: mappare i segnali e progettare una routine alternativa con ricompensa coerente.

7) manca un ponte tra intenzione e azione: l’“if–then”

Le ricerche sull’implementazione delle intenzioni mostrano l’efficacia di piani semplici del tipo: “se accade X, allora farò Y”. Peter M. Gollwitzer ha sistematizzato questo approccio evidenziando come piani specifici hanno la capacità di supportare l’esecuzione, soprattutto quando ci sono ostacoli prevedibili, e nel coaching questo punto è un pilastro del processo.

Spia in sessione: “lo so, ma non lo faccio”.
Leva nel coaching: definire quando, dove, con chi, in che modo e anticipare l’ostacolo.

Domande da coach per sbloccare il prossimo passo

  • quale parte di te vuole davvero questo cambiamento? quale parte sta chiedendo sicurezza?

  • cosa deve restare intatto della tua identità, mentre sperimenti qualcosa di nuovo?

  • qual è il più piccolo esperimento che ti darebbe un segnale di progresso entro 7 giorni?

Una nota etica 

Il coaching lavora su consapevolezza e responsabilità, scelta e azione. Se durante un cambiamento emergono sofferenze intense, persistenti o temi clinici, è un atto di cura orientarsi verso un* professionist* della salute adeguat* (in parallelo o in integrazione).

Tutti gli articoli

Integrare il coaching con l’arte

di Caterina Carbonardi e Flaminia Fazi

Quando il coaching incontra l’arte: una palestra (seria) per trasformare competenze e consapevolezza C’è un momento, in alcune sessioni, in cui le parole si fanno piccole. La persona racconta, ragiona, spiega… eppure qualcosa resta “fuori fuoco”. È spesso lì che l’arte diventa una scorciatoia elegante:…

leggi di più

L’arte che trasforma il coaching

di Paola Serri

Quando cambia lo sguardo, cambia il pensiero e arriva la crescita. La crescita personale e professionale non è la semplice somma di informazioni o di nuovi strumenti. Conoscenze, tecniche e impegno sono necessari, ma diventano davvero trasformativi quando il mondo arriva a noi in modo…

leggi di più

Tre cervelli è meglio di uno solo

di Flaminia Fazi

Non si tratta di una metafora poetica. Le neuroscienze hanno evidenziato la presenza di reti neuronali complesse non solo nel cervello cranico, ma anche nel sistema cardiaco e nel sistema enterico. Il paradigma tradizionale – anche nel coaching evoluto – resta spesso centrato sulla mente…

leggi di più