Il cervello enterico come sistema di allerta nell’era delle risposte immediate.
Chiunque abbia guardato una partita di calcio con degli amici riconosce la scena: il VAR mostra lo stesso replay da quattro angolazioni, al rallentatore, in alta definizione, e sul divano nascono tre verdetti diversi con la stessa convinzione. Le immagini sono perfette, ma il giudizio, invece, resta umano. Anche l’arbitro al monitor guarda i fotogrammi, e insieme deve interpretare l’intenzione, l’intensità del contatto, il contesto dell’azione: si tratta di qualcosa che nessuna telecamera restituisce da sola.
Questo esempio rappresenta bene il momento che viviamo tuttə: abbiamo a disposizione risposte sempre più rapide, articolate e convincenti, e quello che serve, oggi più che mai, è un sistema interno capace di dirci quando fidarci e quando fermarci. Si tratta quindi di allenare la nostra intuizione ad essere efficace in tempi più brevi e districandosi in una complessità maggiore rispetto a quanto abbiamo sviluppato finora, affindandosi al suo sensore più affidabile che si trova, letteralmente, un po’ più in basso della testa.
Gli studi sui fattori umani hanno dato un nome preciso a un fenomeno che molti di noi sperimentano ogni giorno: automation bias. È la tendenza ad affidarsi all’indicazione di un sistema automatico anche quando altri segnali suggeriscono che qualcosa non torna; è lo stesso meccanismo che spiega la ragione per cui seguiamo il navigatore dentro una strada chiusa, pur vedendo il cartello.
Con l’intelligenza artificiale generativa questo bias trova un alleato potente e ingannevole: la fluidità. Un testo ben scritto, ordinato e sicuro di sé ci appare più vero di quanto in effetti sia. La nostra mente associa la scorrevolezza e la facilità di lettura all’affidabilità del contenuto, tuttavia ci porta ad accettare, con un sorriso soddisfatto, un’analisi elegante sì, ma sbagliata.
Questo fenomeno impatta su tuttə, e per chi lavora con le persone ha una doppia valenza. Riguarda noi, che usiamo l’IA per preparare il nostro lavoro, sintetizzare appunti, esplorare modelli. Riguarda anche le persone con cui ci relazioniamo che sempre più spesso arrivano con una risposta già pronta e cercano, talvolta senza saperlo, uno spazio in cui capire se quella risposta va davvero bene per loro.
L’intuizione è riconoscimento, non magia
Per allenare l’intuizione conviene prima togliere l’alone di mistero che la circonda.
Herbert Simon, premio Nobel per l’economia, ne ha dato una definizione tanto sobria quanto illuminante, ripresa da Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci: “L’intuizione non è niente di più e niente di meno che riconoscimento.” La situazione offre un indizio, l’indizio attiva informazioni sedimentate nella memoria, e la risposta viene elaborata a livello inconscio e emerge prima ancora che riusciamo a spiegarla.
Gary Klein ha passato anni a studiare professionistə che decidono sotto pressione, dai vigili del fuoco agli infermieri di terapia intensiva, e nel suo libro Sources of Power: How People Make Decisions racconta un episodio diventato celebre.
Un caposquadra entra con i suoi uomini in una casa in fiamme e attacca l’incendio in cucina, ma il fuoco non reagisce come dovrebbe. C’è troppo calore e troppo poco rumore. Senza saper dire perché, ordina a tutti di uscire. Pochi istanti dopo il pavimento crolla: il vero incendio era nel seminterrato, proprio sotto i loro piedi: il caposquadra, in un primo momento, attribuì la sua scelta a una sorta di sesto senso. Klein vi riconobbe invece l’espressione di anni di esperienza, capaci di cogliere un’anomalia prima che la mente razionale potesse riuscire a darle un nome.
La parte più preziosa, per noi, viene da un incontro improbabile. Kahneman e Klein partivano da posizioni opposte: il primo aveva dedicato la carriera agli errori del giudizio intuitivo, il secondo alla sua efficacia. Nel 2009 firmarono insieme un articolo il cui titolo è un piccolo capolavoro di umorismo accademico, Conditions for Intuitive Expertise: A Failure to Disagree, ovvero “il fallimento di un disaccordo”.
La loro sintesi è che l’intuizione esperta è affidabile a due condizioni:
- un ambiente abbastanza regolare da offrire indizi prevedibili
- una pratica prolungata con feedback tempestivo, che permetta di apprendere quelle regolarità.
Aggiunsero un’avvertenza che oggi suona profetica: la sicurezza soggettiva con cui percepiamo un’intuizione non dice nulla sulla sua validità. Questo vale per le nostre sensazioni, e vale, a maggior ragione, per le risposte sicure di sé di un algoritmo.
L’intelligenza delle scorciatoie
Dobbiamo a Gerd Gigerenzer, direttore emerito al Max Planck Institute for Human Development di Berlino, una riflessione che ci porta un passo oltre. Nel suo Decisioni intuitive mostra che le euristiche, le regole semplici che la mente usa per decidere in fretta, possono rivelarsi più efficaci di un calcolo complesso; succede quando sono adatte all’ambiente in cui operano, ciò che lui chiama razionalità ecologica.
Il suo esempio più noto viene dallo sport. Un giocatore di baseball che deve prendere una palla alta non calcola traiettorie, velocità e resistenza dell’aria; piuttosto fissa la palla e corre regolando la velocità in modo che l’angolo dello sguardo resti costante. Una sola regola, nessuna equazione, e la palla finisce nel guantone.
Gigerenzer chiama questo principio less is more: in certe condizioni, ignorare una parte delle informazioni porta a decisioni migliori. È un’idea controcorrente in un’epoca in cui possiamo generare dieci pagine di analisi in pochi secondi: a volte la competenza sta nel sapere quale singolo segnale guardare.
Tre cervelli, tre segnali
È qui che il modello mBraining, sviluppato da Grant Soosalu e Marvin Oka, offre una mappa operativa di straordinaria utilità.
Le ricerche della neurocardiologia e della neurogastroenterologia hanno documentato reti neurali complesse e capaci di funzionare in modo autonomo:
- un sistema nervoso enterico di centinaia di milioni di neuroni;
- un sistema nervoso intrinseco del cuore di alcune decine di migliaia di neuroni.
Soosalu e Oka hanno raccolto queste evidenze in un modello pratico, in cui ciascun cervello ha le sue competenze primarie ben definite:
- il cervello encefalico percepisce, analizza, crea significato, immagina. Qui l’IA è davvero un’interlocutrice alla pari, e spesso più veloce di noi.
- Il cervello del cuore elabora le emozioni, i valori, la qualità delle relazioni. Ci dice se qualcosa conta davvero e se è coerente con ciò che per noi è più importante.
- Il cervello enterico presidia l’identità profonda, la protezione di sé e la mobilitazione all’azione. È quel sensore che segnala un confine superato, un rischio, un “qualcosa che non torna” e che precede ogni spiegazione.
Proviamo quindi a rileggere il caposquadra di Klein attraverso questa mappa. Il suo segnale di allarme non è nato da un ragionamento, ma da una sensazione di dissonanza che ha mobilitato l’azione prima ancora del pensiero. È l’intelligenza della pancia al suo meglio: rapida, protettiva, orientata all’azione.
Alla luce di Kahneman e Klein, però, questa intelligenza è affidabile quanto più è allenata, ascoltata e verificata. Il modello mBraining non ci chiede di seguire ciecamente la pancia, come non ci chiede di seguire ciecamente la testa o l’algoritmo. Ci invita a far dialogare i tre cervelli e ad allinearli nelle loro espressioni più alte, che per Soosalu e Oka sono la creatività per la testa, la compassione per il cuore e il coraggio per la pancia. La saggezza nasce da questo allineamento che praticato con continuità insieme ad altri “accorgimenti” ci permette di esprimere al meglio la nostra natura umana.
Esercizio pratico: la calibrazione in cinque passi
Ti proponiamo questo strumento che abbiamo sviluppato ispirandoci ai principi del modello mBraining. Puoi essere usato ogni volta che ci si trova davanti ad una risposta, anche se generata dall’IA, su una questione che conta.
- Fermati e respira in equilibrio. Prima di leggere o ascoltare la risposta una seconda volta, dedica un minuto a una respirazione lenta e regolare, con inspirazione ed espirazione della stessa durata. La respirazione bilanciata è il punto di partenza di ogni pratica mBraining, perché riporta il sistema nervoso in uno stato che permette di ascoltare meglio tutti e tre i cervelli.
- Interroga la testa. Chiediti: “Cosa è verificabile in questa risposta? Quale informazione manca? Quali alternative non sono state considerate?” È il momento dell’analisi lucida, e anche il momento di notare se ti sta convincendo il contenuto o la fluidità con cui è scritto.
- Ascolta il cuore. Porta l’attenzione al centro del torace e chiediti: “In che modo questa scelta è coerente con ciò che ha valore per me? Come impatta le persone coinvolte? Cosa sento, davvero, mentre la considero?”
- Consulta la pancia. Sposta l’attenzione all’addome e nota ogni segnale di tensione, contrazione o, al contrario, di stabilità e slancio. Chiediti: “Cosa mi dice il mio istinto? C’è qualcosa che non torna? Mi sento prontə e al sicuro ad agire con coraggio su questa base?”
- Allinea e decidi, poi verifica. Integra le tre risposte in una scelta che le rispetti tutte. Poi applica la lezione di Kahneman e Klein: annota la tua previsione e torna a controllarla quando l’esito sarà noto. È così che l’intuizione si allena, attraverso il feedback, fino a diventare un sistema di allerta di cui puoi fidarti.
Nella relazione di coaching
Questo lavoro ha un legame diretto con le competenze chiave della International Coaching Federation, e allena il Coaching Mindset.
- Mantiene la presenza. Chiede al coach di restare centratə, osservare le proprie reazioni e gestire le proprie emozioni. Un coach allenato all’ascolto dei tre cervelli percepisce con maggiore finezza i segnali che emergono nel campo della relazione.
- Evoca consapevolezza. Si arricchisce di una dimensione ulteriore: accompagnare lə cliente a esplorare cosa pensa, e insieme cosa sente e cosa lə mobilita.
Quando un cliente arriva con un piano già elaborato, magari con l’aiuto di uno strumento di IA, prova queste domande:
- “Mentre mi racconti questo piano, cosa noti nel tuo corpo?”
- “Quanto di questa soluzione senti davvero tua?”
- “Se la tua parte più coraggiosa potesse aggiungere una riga a questo piano, cosa scriverebbe?”
Rispetto alle domande “di testa” cambia il livello di consapevolezza. Soprattutto cambia la qualità dell’impegno che il cliente sarà dispostə a prendere, perché una decisione allineata nei tre cervelli è una decisione che si sostiene nel tempo.
Un investimento su ciò che ci rende unici
Continueremo a usare l’intelligenza artificiale sempre di più, ed è giusto così: è una straordinaria alleata del nostro cervello encefalico. Il valore distintivo di ogni persona, però, si esprime sempre di più nella capacità di integrare testa, cuore e pancia, e di accompagnare le persone a fare lo stesso. Come l’arbitro al monitor, possiamo avere le immagini migliori del mondo, e la qualità della decisione dipende da chi guarda, e da come guarda.
Se desideri trasformare questa consapevolezza in una competenza strutturata, i percorsi di formazione su mBraining e mBIT di U2COACH ti offrono gli strumenti, le tecniche e la pratica guidata per lavorare con i tre cervelli, per te e con i tuoi clienti. Scopri le prossime edizioni sul sito di U2COACH www.u2coach.it.
















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