Conoscersi per aumentare la propria efficacia

di Flaminia Fazi

Il cambiamento che nasce dall’interno

Nella complessità del mondo contemporaneo, migliorare la propria efficacia personale non significa più semplicemente “fare di più”.
Significa imparare a pensare, scegliere e agire con maggiore consapevolezza.

Ogni giorno ci confrontiamo con richieste multiple, ritmi veloci e aspettative elevate.
Eppure, anche con tutto l’impegno, capita di avvertire una sottile sensazione di disallineamento: come se l’energia spesa non producesse i risultati desiderati.
In questi momenti, la risposta inconscia è aggiungere sforzo, controllo, pianificazione; ma il più delle volte, ciò che serve non è fare di più bensì comprendere da una prospettiva diversa e riorganizzarsi.

Dal fare al comprendere

Gregory Bateson, antropologo e pensatore sistemico, distingueva tra due livelli di cambiamento:

  • Il cambiamento di primo livello, che agisce all’interno dello stesso schema mentale: modificare comportamenti, strategie, abitudini.

  • Il cambiamento di secondo livello, che trasforma il modo in cui pensiamo, cioè il sistema di convinzioni e preferenze attraverso cui interpretiamo la realtà, arrivando a promuovere una vera e propria rielaborazione dell’espressione della persona.

Il primo è evolutivo; il secondo è trasformativo.
Il primo aumenta la capacità di ottenere risultati; il secondo amplia la coscienza di sé e libera nuove possibilità.

Quando restiamo confinati nel primo livello, possiamo diventare più efficienti — ma rischiamo di sentirci sempre uguali a prima, solo più affaticati.
Quando attraversiamo il secondo livello, invece, iniziamo a vedere da dove nasce la nostra efficacia, e come renderla più naturale, sostenibile e coerente con chi siamo davvero.

Le preferenze come bussole interiori

Ogni essere umano ha quella che potremmo chiamare una “firma cognitiva” – un modo distintivo di percepire la realtà, organizzare le informazioni, prendere decisioni, motivarsi. Non è la personalità nel senso comune del termine. È qualcosa di più profondo e più pervasivo: è l’architettura stessa attraverso cui la persona costruisce il significato.

Alcune persone trovano energia nella riflessione e nella profondità, altre nell’azione e nel confronto.
C’è chi trae chiarezza dall’ordine e dalla pianificazione, e chi dall’improvvisazione creativa.
Chi costruisce il senso partendo dal dettaglio, e chi parte dalla visione complessiva.

Non è che uno vede “giusto” e l’altro “sbagliato”. È che i loro occhi interiori sono calibrati diversamente. Stanno usando lenti diverse per filtrare la complessità infinita del reale e trasformarla in qualcosa di gestibile, comprensibile, utilizzabile.

Queste lenti sono per lo più invisibili a chi le indossa. Pensiamo che “il mondo è così” quando in realtà stiamo vedendo “il mondo attraverso i nostri filtri particolari, che è così”.

Questi filtri sono le preferenze cognitive e comportamentali e sono la nostra grammatica cognitiva, le coordinate attraverso cui traduciamo il mondo e organizziamo i nostri comportamenti in esso.

Conoscere le proprie preferenze significa capire quali condizioni favoriscono la nostra migliore espressione — e quali invece ci sottopongono a stress e ci fanno disperdere energie.
È come scoprire la nostra biomeccanica cognitiva: come funziona al meglio il nostro “sistema operativo interiore”.

Questa consapevolezza offre un vantaggio straordinario: possiamo scegliere intenzionalmente le situazioni, i ruoli e le modalità di lavoro in cui la nostra efficacia si amplifica invece di contrarsi.
Allo stesso tempo, possiamo imparare a sviluppare maggiore flessibilità nei contesti che richiedono un funzionamento diverso dal nostro naturale.

L’intelligenza del riconoscere

Daniel Goleman, padre dell’intelligenza emotiva, scrive che “la consapevolezza di sé è la base di ogni altra competenza emotiva”.
Nessuna abilità relazionale, comunicativa o di leadership è veramente solida se non nasce da una conoscenza onesta e profonda di sé, tanto che è un pilastro della forma mentis del coach professionista

Riconoscere le proprie preferenze non significa incasellarsi in categorie, ma allenare una forma di lucidità interiore.
Quando comprendiamo come funziona la nostra mente diventiamo meno ostaggi delle reazioni automatiche e più capaci di scegliere risposte efficaci.
Nel tempo, questa padronanza si traduce in equilibrio, chiarezza, assertività, autenticità.

Come suggeriva Robert Dilts, “la vera libertà nasce quando possiamo scegliere non solo cosa fare, ma da quale livello di coscienza farlo”.
Il cambiamento di secondo livello è proprio questo: spostarsi da un agire reattivo a un agire intenzionale, fondato su consapevolezza di sè e coerenza.

Nel contesto professionale, questo tipo di consapevolezza ha effetti tangibili:

  • Migliora la gestione del tempo e delle priorità, perché impariamo a organizzare la giornata secondo i nostri ritmi cognitivi naturali.

  • Rafforza la collaborazione, poiché riconoscendo le differenze negli stili cognitivi altrui smettiamo di giudicarle come “errori” e iniziamo a integrarle come risorse.

  • Potenzia la comunicazione, perché adattiamo il linguaggio e il ritmo al modo in cui l’altra persona elabora le informazioni.

  • Aumenta la resilienza, poiché impariamo a leggere le difficoltà non come minacce, ma come occasioni per espandere la nostra flessibilità mentale.

Conoscere le proprie preferenze significa non solo “capire come siamo fatti”, ma imparare a utilizzare la nostra struttura in modo più intelligente e usare la nostra intelligenza come uno strumento raffinato di presenza e discernimento.

Lo strumento che risolve

Qui arriviamo al cuore della questione.

Se queste architetture cognitive sono così fondamentali, se determinano davvero come una persona percepisce, decide, si motiva, allora poterle avere tutte chiare prima di progettare un cambiamento, un apprendimento, ci offre l’opportunità di avanzare con maggiore precisione, sicurezza ed efficacia, individuando dove intervenire.

Nel coaching sviluppiamo sensibilità interpersonale, capacità di ascolto, intuizione; tutte competenze preziose che tuttavia non ci garantiscono di cogliere la complessità delle strutture profonde che sono operative e influenzano i limiti di una persona rispetto a ciò che desidera ottenere.

Esistono strumenti – chiamiamoli “assessment degli stili cognitivi” – che possono illuminare questo territorio per creare una mappa condivisa, che permetta a coach e cliente di dire: “Ah, ecco perché.”

Questi strumenti sono tanto validi quanto più sono precisi e mantengono le dimensioni misurate pulite, non confondendole tra loro, e quanto più i modelli a cui fanno riferimento sono universali.

Per questo, U2COACH ha scelto di distribuire elettivamente lo strumento iWAM®, proprio perché misura 48 preferenze cognitive indipendenti che permettono di individuare le modalità con cui le persone organizzano il proprio tempo, le proprie relazioni, prendono le decisioni e orientano la loro motivazione.

In conclusione

La conoscenza delle proprie preferenze cognitive e comportamentali non è un esercizio di autoanalisi, ma una strategia di efficacia personale.
Più conosciamo il nostro modo naturale di funzionare, più possiamo usarlo come alleato per realizzare ciò che desideriamo, in armonia con chi siamo.

È un viaggio che non finisce mai, ma che inizia ogni volta che ci fermiamo abbastanza da chiederci:

“Come posso usare al meglio ciò che già ho, invece di cercare di diventare qualcun altro?”

Ed è proprio in quel momento che inizia il vero cambiamento: quello che trasforma l’efficienza in pienezza, e la performance in presenza consapevole.


Se vuoi scoprire le tue preferenze cognitive, richiedi una sessione completa di assessment + feedback attraverso l’area contatti di U2COACH cliccando qui.

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