Riflessione attraverso la storia di una cliente in coaching
Sofia ricorda molto bene quel giorno, anche se all’epoca non gli aveva dato un nome.
Era domenica sera. Era seduta con il telefono in mano, scorrendo senza davvero guardare, e sentiva quella sensazione familiare nello stomaco. Non panico e non disperazione. Qualcosa di più sottile. Una specie di contrazione interna, come se il corpo sapesse prima della testa che stava per ricominciare.
Il lavoro, sulla carta, andava bene: posizione solida, responsabilità, persone competenti intorno. Uno stipendio che non si discute. Da fuori, una carriera “riuscita”.
Eppure, da dentro, da tempo non suonava più giusto.
Sofia non odiava il suo lavoro. O meglio: non lo odiava abbastanza da andarsene.
Ma nemmeno lo amava abbastanza da restarci davvero.
La mattina funzionava. Le riunioni le gestiva. Le decisioni le prendeva. Tutto corretto, tutto professionale. Ma sempre più spesso aveva la sensazione di muoversi in automatico, come se stesse usando competenze che conosceva a memoria, senza che le appartenessero più.
E prima degli incontri con il suo responsabile, senza un motivo razionale, il corpo si irrigidiva. Un micro-segnale. Quasi impercettibile. Ma costante.
Quando le chiedevo perché non cambiasse, la risposta era sempre la stessa, detta con un mezzo sorriso:“Adesso non ce la faccio. Sono troppo stanca.”
Stanca di ricominciare, di rimettersi in discussione. Stanca solo all’idea di un altro inizio.
È una frase che sentiamo spesso da professionisti esperti, intelligenti, capaci. Persone che non restano perché il posto è giusto, ma perché non hanno più energia per immaginare altro. Persone che si dicono: “Mi riposo un attimo, poi ci penso”. Come se il problema fosse solo la fatica.
Ma il riposo non cura ciò che ti logora ogni giorno.
Una vacanza può abbassare il volume, non cambiare la musica.
Qualche giorno libero può dare respiro, non direzione.
Con Sofia non abbiamo iniziato da grandi decisioni.
Le ho chiesto solo questo: distinguere, nel suo lavoro, ciò che la svuotava da ciò che, anche se faticoso, le restituiva energia.
Non ciò che era “giusto”. Solo ciò che la nutriva e ciò che no.
È lì che ha capito una cosa semplice e scomoda: non era stanca di lavorare.
Era stanca di quel modo di lavorare.
Non con un’epifania, ma con una domanda che tornava nei momenti di silenzio:
E se non fosse che non ho le forze per cambiare… ma che non so come farlo senza distruggermi?
Perché il punto non era mollare tutto.
Non era saltare nel vuoto o “avere coraggio”.
Il punto era che nessuno le aveva mai mostrato un modo diverso di cambiare. Un modo che non richiedesse eroismo, ma chiarezza. Non uno strappo, ma una costruzione. Passo dopo passo.
Quando ha iniziato a guardare il suo percorso così, qualcosa si è spostato. Non all’esterno, subito. Dentro.
Ha smesso di trattare la sua stanchezza come un difetto e ha iniziato a leggerla come un segnale. Non di resa, ma di disallineamento.
Oggi Sofia lavora ancora molto. Si stanca ancora.
Ma è una stanchezza diversa. Non viene dal tradirsi ogni giorno un po’.
Viene dal costruire qualcosa che le somiglia di più, con tempi sostenibili, con scelte più intenzionali, con persone e contesti che condividono i suoi valori.
E no, non è successo tutto in un colpo.
È successo perché ha smesso di chiedersi se cambiare e ha iniziato a chiedersi come farlo senza perdersi.
Se ti sei riconosciuto in questa storia, forse non sei bloccato.
Forse sei solo esausto di dover essere forte.
E forse il cambiamento che cerchi non ha bisogno di un salto, ma di una direzione.
A volte, il primo passo non è decidere cosa fare della tua carriera.
È smettere di raccontarti che resti perché va bene.

















Un commentatore di WordPress
di Albina Temisheva