C’è un istante, impercettibile, tra l’ascolto e la domanda.
È il momento in cui il coach decide – quasi senza accorgersene – da quale spazio interiore sta per parlare.
Eppure, è proprio lì che si gioca la qualità dell’intero processo di coaching.
Ogni domanda che formuliamo nasce da un sistema invisibile di intenzioni, cognizioni, osservazioni, emozioni e bias.
Daniel Kahneman direbbe che in quell’attimo il nostro “Sistema 1”, rapido e intuitivo, anticipa il “Sistema 2”, riflessivo e deliberato.
Così il nostro cervello seleziona inconsciamente un tipo di domanda: esplorativa o direttiva, empatica o valutativa, generativa o di precisazione.
La questione non è la domanda in sé, ma la fonte da cui nasce.
Le quattro sorgenti interiori della domanda
Otto Scharmer, nella Teoria U, parla di quattro qualità di ascolto. Possiamo tradurle in quattro sorgenti da cui emergono le nostre domande:
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Ascolto da abitudine – le domande che servono a confermare ciò che già sappiamo (“Cosa ti ha impedito di farlo, secondo te?”).
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Ascolto da fatti – le domande che cercano dati (“Cosa è successo, esattamente?”).
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Ascolto empatico – le domande che si muovono verso l’altro (“Come ti sei sentitə in quel momento?”).
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Ascolto generativo – le domande che emergono dal campo condiviso (“Cosa può emergere attraverso questa situazione?”).
Ogni volta che formuliamo una domanda, sveliamo inconsciamente da quale livello stiamo ascoltando.
Diventare consapevoli di queste scelte è ciò che distingue il coach, anche quando esperto, dal coach trasformativo.
Non si tratta di imparare nuove tecniche, ma di coltivare presenza metacognitiva: la capacità di osservare il proprio pensiero mentre lo si agisce.
Robert Dilts suggerisce che “ogni domanda è una rappresentazione del mondo del coach”.
Se poniamo domande di controllo, forse dentro di noi c’è bisogno di certezza.
Se poniamo domande di possibilità, probabilmente siamo in contatto con fiducia e curiosità.
Ogni domanda che formuliamo rivela qualcosa di noi, prima ancora che del coachee.
Diventare consapevoli di questo è un atto di umiltà e di padronanza professionale.
Allenare la consapevolezza prima della domanda
Per sviluppare questa abilità avanzata, puoi praticare un esercizio semplice ma potente:
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Fermati un secondo prima di parlare. Nota da dove arriva l’impulso a porre quella domanda.
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Chiediti: “Qual è la mia vera intenzione ora? Aiutare? Dimostrare? Guidare? O essere al servizio della scoperta?”
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Osserva il tuo stato corporeo. Tensione, calma, apertura? Testa, cuore, pancia? Il corpo rivela da dove stai per domandare.
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Scegli consapevolmente. Da quale spazio voglio formulare questa domanda?
“Il livello di coscienza da cui osservi un problema determina il livello di soluzione che puoi generare.”
Otto Scharmer
Dalla reazione alla creazione
Ogni domanda è una scelta di prospettiva.
Quando smettiamo di reagire al contenuto e iniziamo a creare dal contesto, le nostre domande diventano strumenti di trasformazione.
In quel momento, il coach non agisce più sul coachee, ma insieme a lui o lei, generando pensiero nuovo.
Essere coach non è solo saper fare buone domande.
È imparare a riconoscere da dove nascono.
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di Flaminia Fazi